Orientarsi nel mondo del lavoro oggi significa fare i conti con un panorama in continua evoluzione, in cui non sempre il talento basta. Spesso ciò che manca non sono le competenze, ma gli strumenti per riconoscerle, valorizzarle e trasformarle in opportunità concrete.
È da questa consapevolezza che nasce La bussola di Dedalo, il podcast che abbiamo prodotto per accompagnare giovani, professionisti e famiglie in un percorso di orientamento fatto di consigli pratici, riflessioni ed esperienze vissute. Dietro ogni puntata c’è il lavoro e la visione di Claudia Silvestri, che da oltre quattordici anni si occupa di formazione, orientamento e incontro tra persone e imprese.
In questa intervista Claudia racconta il percorso che l’ha portata a ideare il podcast, le sfide che incontra ogni giorno nel suo lavoro e il messaggio che spera di lasciare a chi ascolta: credere nel proprio valore, imparare a raccontarlo e vivere la ricerca del lavoro non come un ostacolo, ma come un’occasione per conoscersi meglio e costruire il proprio futuro.
Da oltre quattordici anni lavori nel mondo della formazione e dell’orientamento. Qual è stato il momento in cui hai capito che le persone avevano bisogno di uno strumento come La bussola di Dedalo?
In realtà, è da anni che promuovo questa visione. L’esigenza di una guida strutturata l’ho intuita fin dai miei primi passi in questo settore, quando vedevo i ragazzi presentarsi con curriculum decisamente migliorabili e, contemporaneamente, le aziende clienti fare fatica a trovare personale. Il mismatch tra domanda e offerta era evidente. Da lì è nata l’iniziativa di pubblicare le offerte di lavoro sulla pagina Facebook aziendale per rispondere al classico “Conosci qualcuno da mandarmi in cucina?”, fino ad arrivare, nel 2023, al lancio di VT-JOB: un portale di matching automatico gratuito per utenti e imprese del territorio, pensato per colmare un vuoto avvertito non solo a livello locale, ma nazionale. Più di recente, attraverso misure come l’Accompagnamento al Lavoro del Programma GOL, ho toccato con mano quanto sia ancora urgente diffondere una reale cultura della ricerca attiva e della candidatura.
Se devo identificare il momento esatto in cui tutti questi tasselli si sono uniti per dare vita al podcast La bussola di Dedalo, devo guardare al mio percorso personale. Quando ho deciso di rimettermi in gioco con il Counseling – diventando Counselor di base lo scorso anno e completando ora il Master in Counseling Pedagogico con una tesi proprio sul ruolo di questa figura nelle Agenzie per il Lavoro – ho capito che tutte le mie tappe lavorative e di studio mi stavano portando esattamente qui. Questo percorso ha rafforzato la mia autostima e la consapevolezza del valore che posso trasmettere; senza questa spinta, difficilmente avrei registrato queste puntate.
Le “lampadine” che si sono accese negli anni sono state tante: nei progetti scolastici come il Progetto Policoro della Caritas nelle quinte classi del materano, dove con una collega andavamo ad ascoltare i dubbi e i falsi miti dei ragazzi; nelle attività di tutoraggio con il Servizio Civile Universale; e soprattutto nei costanti colloqui con i genitori. Spesso sono loro ad accompagnare i figli maggiorenni in ufficio, e lì penso sempre a quanto orientamento preventivo ci sarebbe da fare alle famiglie, per rassicurarle e spiegare che prendersi il giusto tempo per sperimentarsi tra tirocini e apprendistato, prima di scegliere l’università, non è tempo perso, ma costruzione di consapevolezza.
La bussola di Dedalo nasce quindi da questa sintesi: la consapevolezza interiore nata dal counseling e l’urgenza professionale di dare una direzione a ragazzi, famiglie e imprese.
Nel podcast ripeti spesso che il problema non è la mancanza di talento, ma la difficoltà nel valorizzarlo e raccontarlo. Perché, secondo te, è ancora così difficile orientarsi nel mondo del lavoro oggi?
Perché, purtroppo, manca una vera guida. Se ci pensiamo, l’orientamento che viene fatto a scuola spesso non è affatto un orientamento: si riduce a ospitare le università che promuovono i propri atenei per raccogliere iscrizioni. Certo, a volte capita che la scuola attivi qualche progetto dedicato al mondo del lavoro, ma di solito ci si ferma alla redazione del CV – quasi sempre solo in formato Europass – e a un piccolo bilancio di competenze. Poi il vuoto, non succede più nulla. Se guardiamo all’università, la situazione è persino peggiore: una volta terminato il percorso di studi, nessuno ti spiega come cercare lavoro, da dove iniziare o come prepararsi a un colloquio.
Siamo lontanissimi da altri modelli. Penso a quello americano o a quello che ho vissuto io stessa nel 2003 in Australia, dove i ragazzi, usciti da scuola nel pomeriggio, andavano tutti a lavorare: chi nelle farmacie, chi nei minimarket, chi facendo lavoretti di giardinaggio. Da noi, invece, i giovani che escono dalla scuola o dall’università incontrano la prima vera barriera nelle relazioni concrete con colleghi e clienti. Molti non sanno come gestire una telefonata di lavoro, semplicemente perché fino a quel momento l’unica chiamata a un estraneo è stata quella al medico per farsi fare un certificato, magari sotto costrizione dei genitori. Manca l’abitudine al confronto con il mondo degli adulti e con i contesti professionali.
Purtroppo, non esistono luoghi strutturati in cui raccogliere le giuste informazioni, sia per quanto riguarda la ricerca nel settore privato, sia per capire come muoversi nell’ambito della Pubblica Amministrazione e dei concorsi pubblici. Quest’ultimo è un ambito che per molto tempo è stato poco familiare anche a me. Io stessa ho dovuto studiare da sola siti e piattaforme, scoprendo a volte per caso o per fortuna avvisi e bandi per professionisti che mi hanno permesso di mettermi in gioco e confrontarmi con realtà di livello nazionale, uscendo dalla mia comfort zone locale. Se perfino per chi è del settore è stato un percorso a ostacoli, figuriamoci per un ragazzo che parte da zero.
Se dovessi scegliere un solo consiglio da dare a una persona che domani mattina decide di cercare un nuovo lavoro, quale sarebbe e perché?
Questa è difficilissima! Un solo consiglio?! Chi mi conosce sa che adoro chiacchierare ed entrare profondamente in contatto con quello che le persone hanno da raccontarmi prima di arrivare a dare consigli, che spesso rischiano di essere non graditi o inutili.
Più che un consiglio, preferisco dare un suggerimento del tutto personale: parti da te. Parti da quello che senti, da quello che provi. Una volta che sei entrato davvero in contatto con le tue emozioni, sprigionale nella ricerca attiva attraverso i portali. Fai sentire la tua presenza e, soprattutto, fai sentire chi sei durante i colloqui di lavoro.
Le aziende devono scegliere te, devono volere proprio te! Ma per fare in modo che questo accada, devi essere tu il primo a credere in te stesso. Ecco, se devo stringere tutto in un’unica formula, ti direi: credi in te stesso, e poi inizia la ricerca del lavoro!
Tra curriculum, colloqui, social network, personal branding e strumenti di orientamento, qual è l’errore che incontri più spesso nei candidati e che, con un po’ di consapevolezza, si potrebbe evitare facilmente?
Più che di veri errori, mi verrebbe da dire che si tratta di omissioni o di una semplice mancanza di accortezza. E le aree più colpite sono due: la corretta redazione del CV e la costruzione della propria web reputation.
Chi riceve un curriculum dovrebbe poter trovare facilmente quel candidato su LinkedIn, magari riconoscendolo grazie alla stessa foto profilo. Allo stesso modo, bisognerebbe avere cura di “pulire” i propri canali social personali o, molto più semplicemente, di applicare i giusti filtri di privacy.
Ma il problema principale resta il CV: c’è ancora una scarsissima attenzione e non viene data la giusta importanza a quello che, a tutti gli effetti, è il nostro biglietto da visita. Vi faccio qualche esempio concreto di quello che mi capita di vedere: fototessere cartacee letteralmente incollate sul foglio prima di scansionarlo, vecchi formati Europass con quella linea nera marcata al centro, formattazioni approssimative e spazi esagerati tra un’esperienza e l’altra.
La cosa che mi lascia più a bocca aperta, però, succede in sede di colloquio. Spesso le persone si rivelano una sorpresa incredibile: mi raccontano di esperienze di vita all’estero, di anni passati a lavorare o a studiare in altri Paesi, tutte cose che nel CV non sono state nemmeno indicate o che sono state totalmente sminuite. Con un pizzico di consapevolezza in più, si capirebbe che quelle esperienze sono proprio il valore aggiunto da mettere in prima pagina.
Qual è l’obiettivo che speri di raggiungere con questo podcast? Cosa ti piacerebbe che gli ascoltatori portassero con sé alla fine di ogni puntata?
Prima di tutto vorrei sottolineare che sto facendo questa esperienza per me stessa, perché la trovo divertentissima e, sinceramente, non lo avrei mai immaginato!
Partendo proprio da questo spirito, l’obiettivo principale è trasmettere grinta e positività agli ascoltatori. Immagino un pubblico ampio: in primis i ragazzi, poi le persone un pochino più grandi che hanno voglia di rimettersi in gioco cambiando lavoro, i genitori e, perché no, anche altri recruiter, per attivare un confronto aperto su tecniche e visioni del mondo della selezione.
Quello che vorrei che gli ascoltatori portassero con sé alla fine di ogni puntata è un senso di serenità rispetto ai propri percorsi di vita. Vorrei che passasse il messaggio che anche i percorsi che sembrano del tutto sbagliati sono spesso quelli che ci portano verso la strada corretta. Il lavoro c’è, le opportunità ci sono e ognuno di noi è unico: se solo iniziamo a crederci, a conoscerci meglio e ad ascoltare ciò che ci piace davvero fare, riusciremo a distinguerci.
Se nel lavoro riusciamo a unire ciò che ci appassiona, abbiamo già raggiunto l’obiettivo. Purtroppo, nessuno ci insegna a ricercare il piacere; siamo cresciuti con il dogma del “prima il dovere e poi il piacere”. Ma se riuscissimo ad averli entrambi? Se potessimo stare bene anche mentre lavoriamo, o se trovassimo prima ciò che ci fa stare bene per trasformarlo nella nostra professionalità? Ecco, spero che questo podcast aiuti a farsi queste domande.
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